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Fermezza e realismo. La linea di Draghi con la Turchia spiegata da Frattini a Formiche

Draghi ha fatto una wake-up call all’Ue, chiedendo che con la Turchia si proceda verso una politica unita e organica, senza fare passi indietro sui diritti, ma non dimenticando l’insostituibilità di Ankara
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Draghi ha fatto una wake-up call all’Ue, chiedendo che con la Turchia si proceda verso una politica unita e organica, senza fare passi indietro sui diritti, ma non dimenticando l’insostituibilità di Ankara.
Conversazione con Franco Frattini, presidente della Sioi e già ministro degli Esteri

“Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto quello che altri leader europei dicono nei corridoi ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente, usando per altro un’espressione onnicomprensiva che rappresenta bene il problema di fondo che allontana la Turchia all’Ue, ossia il tema dei diritti”. Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, parla con Formiche.net di quel “dittatori” che il capo del governo italiano ha usato qualche giorno fa per descrivere il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan.

L’ex capo della diplomazia italiana ricorda la telefonata che Draghi e Erdogan hanno avuto recentemente (che Frattini commentava positivamente su queste colonne) e da lì allunga il ragionamento oltre la cronaca. Serve un contatto diretto e un ammonimento sulle violazioni sui diritti umani, ma c’è anche un’inevitabilità di un rapporto con i turchi?

“La Turchia è un interesse per Europa e Occidente: è il terzo esercito della Nato, e questo significa che è una potenza di stabilizzazione in grado di giocare un ruolo proprio la Nato, l’Europa e l’Occidente in un’ampia parte del mondo.

Oppure può farlo contro di noi”, spiega. “Ripropongo – continua Frattini – la domanda che feci a tedeschi e francesi quando la Turchia propose la domanda di annessione all’Ue e loro risposero subito negativamente: ossia, vogliamo schiacciare la Turchia nella braccia della Russia e dell’Iran, e poi adesso della Cina, oppure vogliamo tenerla vicino a noi?”. Russia e Cina hanno interesse strategico nel tirare dalla propria parte la Turchia, anche come forma di disarticolazione della Nato. In più Ankara è presente come sfera di influenza in diversi contesti che Mosca e Pechino ritengono strategicamente rilevanti. Per esempio il Caucaso e i Balcani o l’Eurasia, ma anche l’Africa e chiaramente il Mediterraneo e il Medio Oriente.

“La Turchia – continua Frattini – gioca un ruolo da potenza regionale. Pensiamo agli equilibri con Egitto, oppure quello che abbiamo visto in questi giorni, con Ankara che ha preso una posizione molto dura sull’indipendenza dell’Ucraina. E mentre il Donbas è in posizione difficile, la Russia, che si è sempre messa d’accordo con la Turchia, ora riceve una doccia fredda su quella crisi. Questo ci deve far ragionare sulla capacità della Turchia di muovere la propria politica estera in tanti fronti”.

Oggi, lunedì 12 aprile, il primo ministro libico e metà del governo che guida sotto egida Onu è in Turchia. La Libia è un altro dei teatri in cui Ankara negli anni scorsi ha mosso la sua politica estera, intervenendo a sostegno del precedente esecutivo onusiano di Tripoli sotto aggressione militare dalla Cirenaica. In Libia la Turchia è presente anche militarmente, mentre sull’altro lato sono presenti contractor militari russi.

“Come pensiamo di rendere la Libia, un nostro interesse nazionale, indipendente, se non parliamo con i turchi?”, si chiede Frattini. “È evidente – continua – che un dialogo critico ci deve essere, riconoscendo le massicce violazioni di diritti umani, ma è pure evidente che la politica estera si gioca su interessi fondamentali. Prendiamo per esempio, Joe Biden: il presidente americano è molto attento ai diritti, ma si guarda bene dal voler tagliare con la Turchia”.

Draghi, secondo l’ex ministro italiano, “ha fatto una wake-up call a tutta l’Unione europea, un messaggio per far sì che le relazioni con la Turchia non siano a corrente alternata, frutto degli interessi del momento, ma di un’elaborazione di una politica organica e comune. Ossia, allargando l’ottica, dobbiamo capire se c’è un’Europa capace di pensare la propria politica estera”.


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