Ricordo

Piero Melograni: Una nobile idea di Europa

Contributo di Franco Frattini per il pamphlet su Piero Melograni
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Piero Melograni. Uno storico «moderno» 

Il vuoto della politica di oggi misura quanto sia tremendamente profondo il buco scavato dalla crisi di idee. È dalla mediocrità progettuale e dall’insipienza concettuale che si alimenta l’antipolitica: nata da una perdita di valori delle istituzioni e dei partiti, e di coloro che in passato hanno dato linfa vitale ai movimenti politici.

Uomini come Piero Melograni, ad esempio: profondo conoscitore della storia ed incredibile pioniere di conoscenza che Silvio Berlusconi volle nella squadra di Forza Italia proprio per dare un impianto culturale al partito. La sua recente perdita ci ha segnati profondamente perché, come lo stesso presidente Berlusconi ha voluto ricordare nel giorno della morte del professore, Piero Melograni è tra coloro che «hanno contribuito al tentativo di modernizzare il nostro Paese secondo una limpida e vitale cultura liberale».

Quella stessa cultura che a metà degli anni ’90 guadagnò consensi perché ridava voce ai temi della libertà e del liberalismo: teorie finite nel dimenticatoio dopo che il Paese ‐ schiacciato a sinistra e a destra dallo statalismo delle forze socialiste e successivamente del fascismo ‐ aveva vissuto anni davvero bui.
Guai se oggi – di fronte a tanta confusione e ad un’impasse culturale senza precedenti ‐ venissero meno quei riferimenti alti e nobili che abbiamo ereditato dalle conoscenze apprese in passato.

Sempre in penombra, in un sistema, quello della politica, dove il più delle volte è il protagonismo a trovare spazi enormi, il professor Melograni ha lasciato un insegnamento indelebile a tutti noi: osservare ed ascoltare con inesauribile curiosità, per poi declinare riflessioni politiche, senza preconcetti, ma concepite grazie ad una profonda conoscenza degli eventi storici e ad un’estenuante difesa dei valori che contraddistinguono il nostro credo e l’azione politica.

Quella politica che egli amava e disapprovava allo stesso tempo, al punto da definirla più volte come “un’arte nobile e sublime nella teoria, ma che nella pratica si risolve quasi sempre in un mestieraccio infame”. Una sfiducia maturata negli anni, e che nel 2001 lo portò alla decisione di non ricandidarsi più perché deluso da quella politica che tanto aveva voluto nutrire, ma che lo aveva ridotto, come lui disse, ad un «semplice spingitore di bottoni».

Guardando alla pochezza del pensiero politico odierno e, al contrario, ai molti esempi di ricchezza culturale del passato, verrebbe da chiedersi: è utile tornare indietro, o è meglio perdersi nel cammino davanti a noi? Il pensiero di Melograni e l’importanza che i percorsi storici hanno significato per la sua formazione, ci suggeriscono una strada: tornare indietro per prendere la rincorsa. Guardare agli errori del passato per non ripeterli, e per trarne insegnamenti utili in modo da guardare con positività ed ottimismo ai traguardi da raggiungere.

Interessante, è in questo senso l’idea che Melograni elabora di un “partito degli onesti”: parola chiave del resettaggio del centrodestra di oggi e che compare nel pensiero dello studioso nell’agosto del 1992.

Prendendo spunto da un celebre scritto di Sigmund Freud, Melograni pensava che «le più grandi qualità di rettitudine e di saggezza dei più nobili leader possono essere sempre smarrite per strada. Se nella vita privata le occasioni di perdersi non mancano, nella vita politica sono ancora più forti e frequenti». Per costruire un sistema politico efficiente, questa la sua idea, «si deve, quindi, partire dall’ipotesi che tutti gli uomini politicamente attivi siano imperfetti». Un pensiero che portava come diretta conseguenza a considerare l’opportunità di istituire un sistema di controlli, di premi e di punizioni.

Tutto ciò non voleva dire che gli onesti non dovevano avere funzioni da svolgere. Niente affatto. «Essi ne possono svolgere di utilissime e di necessarie per migliorare un sistema politico che ha raggiunto livelli di disonestà assolutamente ingiustificabili». Ma – queste le conclusioni cui giunge Melograni – «il primo obiettivo delle persone per bene dovrebbe essere quello di introdurre, all’interno del sistema democratico‐parlamentare italiano, un controllo fine all’onestà».

Non si trattava, né ieri né oggi, di un’utopia, perché questi controlli, queste punizioni e questi ricambi sono effettivamente già in atto in tutte le democrazie occidentali, poiché, anche nel resto del mondo, democrazie molto efficienti sono state afflitte da crisi, difficoltà e malanni consistenti, ma sono riuscite in qualche modo ad arginare il fenomeno dalla corruzione.

Un fenomeno che oggi ancora sfiducia l’Italia nei rapporti internazionali e su cui proprio in questi giorni il premier Mario Monti ha ribadito la necessità di avanzare seri e rigidi provvedimenti anche per non «minare la fiducia dei mercati e delle imprese, o scoraggiare gli investimenti dall’estero».

Un altro interrogativo che il professor Melograni ha sviscerato nelle sue analisi, e che mi ha particolarmente colpito, è quello dell’ottimismo per la pace mondiale: «un’utopia oppure un traguardo possibile?», si chiedeva lo storico spiegando allo stesso tempo che «con la scomparsa dei grandi e con l’indebolirsi degli Stati‐nazione, è certamente più facile avvicinarsi alla pace».

«Lo sviluppo è uno dei pilastri della pace», scriveva Melograni ricordando il messaggio che nel 1967, proprio da Roma, papa Paolo VI lanciò al mondo, con l’enciclica «Populorum Progressio» ed in cui molto coraggiosamente il Papa affermò con solennità che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Per il rafforzamento della pace, “non crediamo che esistano altre strade da percorrere”, ribadiva lo storico.

Ancora, merita di attenzione il suo approccio all’Europa. Melograni, all’epoca parlamentare di Forza Italia e Componente della VII Commissione permanente Cultura, fu chiamato nel 1996, assieme ad altri sessanta saggi, a scrivere la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. A chi gli chiedeva quale fosse il contributo dell’Italia nella stesura della Carta, lui, convinto europeista, faceva notare che «per l’Italia l’Europa è ancora lontanissima. La società politica italiana è tutta concentrata sul suo teatrino di politica interna, e solo pochi si rendono conto dei problemi europei».

Forte sostenitore dell’Unione Europea al punto da considerarla – non privandosi di alcune critiche – come un’istituzione utile a far vivere meglio gli europei. «Da che mondo è mondo, del resto, ogni istituzione politica dovrebbe avere come fine il miglioramento della vita dei cittadini da essa amministrati». E tale miglioramento dovrebbe essere non soltanto “materiale”, ma pure spirituale e culturale.
Il punto è che «gli italiani si avvicinano all’Europa non tanto perché siano a favore, ma perché tale è la loro sfiducia nella loro classe politica e nel sistema Italia»: l’Europa, quindi, vista dallo studioso come una speranza.

Sullo stesso lavoro della Carta, Melograni lamentava innanzi tutto l’ignoranza delle vicende relative all’UE: «il dibattito politico italiano è quasi interamente concentrato sulle faccende nazionali, sulle beghe tra i partiti e i partitini, sul teatrino romano. Non si possiedono né si cercano le informazioni atte a formare in tempo un’opinione valida su quanto viene elaborato nella UE. Molto spesso si agisce, o meglio si reagisce, in base alla fretta e all’approssimazione», scriveva.

E sembra, infine, di rileggere le cronache dei nostri se, sfogliando alcuni scritti dello studioso, si ritrovano alcune riflessioni sul rapporto tra cittadini e politica: «la politica annoia sempre di più gli italiani. Accade che milioni di persone, per distrarsi, sopravvivere e conoscere il mondo, giudichino molto più opportuno appassionarsi alle competizioni sportive, alle magie del cinema, alle simulazioni immortali dell’opera lirica o alle crude verità della cronaca nera». Uno specchio del presente in cui, come ha scritto più volte il sondaggista Mannheimer, il dibattito politico appare legato a logiche difficilmente percepibili. E di fronte alla realtà impercepibile molti prendono la via della fuga.

Moltissimi preferirebbero restaurare il mondo di ieri perché era quello l’ambiente del quale conoscevano a perfezione le regole. «Era quello il mare nel quale sapevano nuotare», diceva Melograni. Ma la trasformazione politica in atto è una meravigliosa e provvidenziale avventura che vale la pena di affrontare.

Il vuoto delle cronache oggi è tale che non si può fare a meno di desiderare un prodotto diverso, più essenziale e nello stesso tempo più completo. Ed è anche nelle riflessioni di Melograni, in quella voglia sconfinata di conoscere ed approfondire gli eventi e le dinamiche politiche, per migliorarle, che dovremmo cercare la giusta spinta per non guardare più al passato con occhio nostalgico, ma proiettarci nel futuro con spirito costruttivo e più conoscenza.

Franco Frattini


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