Libia

RAID LIBIA/ Frattini: paghiamo gli errori di Ue e Italia

“Gli Stati Uniti sono stati costretti a intervenire in Libia perché gli europei non hanno fatto il loro dovere, in quanto Francia, Regno Unito e Italia sono presenti solo in ordine sparso e in segreto”. Lo afferma Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fornito l’ok ufficiale a una missione di 30 giorni contro l’Isis nella zona di Sirte. Secondo Fox News, da lunedì gli Usa hanno lanciato almeno sette raid. Per Frattini, “l’Italia ha una grande opportunità in Libia: addestrare una Guardia nazionale sul modello dei carabinieri, integrandola con le milizie che rispondono ai vari capi locali”.
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Intervista a Il Sussidiario

Ritiene che la missione degli Stati Uniti possa aiutare a stabilizzare la situazione in Libia? Non so se aiuterà a stabilizzarla in via definitiva, ma è sicuramente una missione indispensabile. La cacciata di Daesh da Sirte è un obiettivo assolutamente condivisibile, ma la verità è che gli americani intervengono perché noi europei non abbiamo fatto il nostro dovere. Questa è una missione che, su richiesta delle autorità libiche, avremmo potuto compiere noi.

L’Italia avrebbe potuto intervenire da sola? Certamente no, però dopo tante chiacchiere europee sulla missione contro gli scafisti e sull’intervento di sostegno internazionale, l’Europa è stata completamente assente. Noi riconosciamo un solo governo: quello di Al-Sarraj. A difesa di quel governo l’Ue aveva promesso una missione per bloccare gli scafisti e un training “institution building”. Siccome non si è fatto assolutamente nulla e Daesh continua a occupare Sirte, allora Al-Sarraj ha chiamato Washington e ha detto: “Il numero di telefono dell’Europa non so quale sia, quello americano è un numero sicuro, per piacere datemi una mano”.

Eppure Francia e Regno Unito sono presenti in Libia da tempo …La Francia sta sostenendo fortemente il generale Haftar e il Regno Unito le milizie di Misurata. Quanto sta avvenendo però è il segno che quanto fa l’Europa avviene in segreto, perché queste sono forze speciali che agiscono in modo assolutamente non dichiarato, e inoltre in ordine sparso.
E l’Italia non fa nulla? Io spero che, come ha scritto qualche giornale, sia presente in Libia anche qualche decina di militari italiani del Comsubin (Comando subacquei e incursori, Ndr) e delle forze speciali, in quanto l’Italia conosce la Libia meglio di inglesi e francesi. Le milizie libiche quando combattono guardano chi hanno vicino. Se vedono solo francesi, inglesi e americani poi pensano che gli italiani arrivino solo quando gli altri hanno fatto il lavoro sporco. Questo francamente per l’interesse dell’Italia non va bene.

Nello specifico l’Italia che cosa potrebbe fare in Libia? Nell’ottobre 2011, poco dopo l’uccisione del colonnello Muammar Gheddafi, presi contatto con Hillary Clinton e con il primo ministro del Qatar. Insieme avevamo programmato una missione di addestramento di esercito e forze di sicurezza libiche che sarebbe stata fatta dagli italiani con una copertura sul terreno da parte del Qatar. Questo progetto poi non si è realizzato, ma l’Italia ha una grande opportunità a livello di formazione in quanto c’è bisogno di trasformare tutte le milizie in una Guardia nazionale libica.

Su quale modello? Il modello da seguire è quello dei nostri carabinieri. E’ ciò che abbiamo già fatto in Iraq e Afghanistan, e potremmo riadattarlo alla Libia che è un territorio molto diviso regione per regione. Non andremmo a combattere, bensì a creare una Guardia nazionale che rimpiazzi progressivamente le milizie, integrandole tra loro. Senza questo processo di integrazione poi le milizie combatterebbero contro la Guardia nazionale.

Il ministro Paolo Gentiloni ha detto che l’Italia deve svolgere compiti umanitari. Lei che cosa ne pensa?Da questo punto di vista noi siamo bravissimi. Quando c’erano i feriti a Bengasi un aereo italiano è andato a prenderli e li abbiamo curati. I compiti umanitari però sono un elemento, ma oggi quello che serve di più è creare una forza di sicurezza che non sia nelle mani delle milizie di questo o quel capo locale.

Un nuovo video dell’Isis ha ribadito il messaggio: “Arriveremo a Roma”. Come valuta queste minacce?Negli anni ho avuto una responsabilità anche dell’intelligence italiana. Quest’ultima ha delle capacità che tutto il mondo ci invidia: le espulsioni anche di queste ultime ore mostrano che con la prevenzione noi siamo riusciti a sventare moltissimi attacchi terroristici. La minaccia quindi va presa sul serio, ma dobbiamo essere coscienti che le nostre forze di intelligence e di sicurezza sono molto ben preparate.
(Pietro Vernizzi)


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